Ode alla Luce Elettrica

Dialetto

Com’è bégl’ C’rrit’ agliumèt’

cu la glièttrica mezza a la via,

pære addò agg’ fatt’ i suldèt’

e chiù bégl’ d’ Napugl’ sarrìa

`nnanz’ cæs’, Madonna, che abbàgl’!

Uah! Che abbàgl’, frató p’ Gesuèl’!

Hann’ miss’ nu cuæs’cavàgl’

ca fa luce p’ cént’ cannél’.

E p’ tutt’ è gliu stéss’ splennór’

da p’ tutt’ t’ pó cunzulà

Dall’Addàlia a gliu cuæp’ da for’

verament’ se po’ passià.

I agg’ ditt’ a muglièrma Carmèna,

d’associàrm’ all’illuminazión’,

e m’ha ditt’ ca è megl’ a cannél

p’ parìcchi’ e divers’ ragión’;

ca, i che saccie, dentr’ a l’ogl’ s’ammolla

i capigl’ e s’allécc’ le dét’,

e si manca, s’arrost’ a braciòl’

`ncopp’ a ciamm’ d’ glium’ de crét’..

Patratè! Ch’ ragión’ so cchéss’

d’ muglièrma? Ch’ pozz’ arraggià!

Song n’om’ d’ scienz’ e prugrèss’,

teng’ i puézz’, e ma ogl’ accattà.

Italiano

Come è bello Cerreto illuminato

con la luce elettrica lungo le strade,

mi sembra (di stare) dove ho fatto il soldato

e più bello di Napoli appare

davanti casa, Madonna, che abbaglio!

Oh! Che abbaglio, “fratello, per Giosuè”

hanno installato (un lampione che ha la forma di) un caciocavallo

che fa la luce di cento candele.

Dappertutto è lo stesso splendore,

dappertutto ti puoi consolare

Da casa Dalio (estremità inferiore del centro abitato) al “capo di fuori” (°)

veramente si può passeggiare.

Ho detto a mia moglie Carmela,

di voler diventare socio per avere l’illuminazione (in casa),

e mi ha detto che va meglio la candela

per parecchie e diverse ragioni;

che so, nell’olio si bagna

i capelli e si lecca le dita,

oppure si arrostisce la braciola

sulla fiamma di lume di creta…

Oh Padreterno! Che ragioni son queste

di mia moglie?  Ch’ella possa prendere la rabbia!

Sono un uomo di scienza e progresso,

ho i soldi, e me la voglio comprare (la luce elettrica).

Pietro Paolo FUSCO l’autore dell’ode alla luce elettrica

Il poeta fanciullo Pietro Paolo FUSCO nacque il 16 marzo 1880 a Pontelandolfo, ma risiedé a San Lorenzello.

Compiuti i primi studi nel “Seminario diocesiano” di Cerreto Sannita, Pietro Paolo FUSCO continuò il corso liceale presso il liceo classico “Giannone” di Benevento.

Nel luglio 1905 si laureò in Medicina nell’Università di Napoli, discutendo una tesi che fece epoca: “Psicologia della morte o le ultime sensazioni della vita”.

Dopo essersi specializzato in ostetricia, bromatologia, medicina navale e coloniale ed aver frequentato, a Parigi, i corsi di Charcot, iniziò la sua attività medica nelle sua zona.

Ma era uomo di ingegno vivace e di natura irrequieta. Oltretutto aveva attinto alle sorgenti familiari un’ansia di giustizia sociale, priva di ogni forma demagogica. Divenne, perciò, subito il medico dei poveri, in favore dei quali aprì, insieme al compianto dott. Umberto Franco, un dispensario medico – chirurgico.

Alternando il lavoro con lo studio, iniziò una serie di pubblicazioni riguardanti malattie sociali.

Trovò perfino il tempo di redigere “L’eco del Sannio”, un periodico che aveva come scopo “l’incremento del commercio, dell’industria e dell’agricoltura nel Sannio e nelle regioni limitrofe”, che vide la luce il 12 ottobre 1907.

In realtà il foglio, che tra l’altro reclamizzava i migliori prodotti dell’industria sannita, in particolare di quella cerretese e laurentina, aveva l’occhio fisso alla politica di Cerreto e del Sannio.

Quand’era giovanottino (a 15 anni), tutto attillato, con orologio in tasca e bastoncino, aveva già fatto esperienza di questo genere, con la pubblicazione del foglio “L’Ira di dio”, improvvisandosi anche strillone, coprendo il fragore degli ottoni e dominando i colpi di grancassa della banda musicale nella vigilia di San Lorenzo del 1895.

Il poeta fanciullo, dalla vena facile, era cresciuto e, con gli anni, era maturata anche la satira politica. Che, però, fu sempre bonaria e soprattutto originata dal desiderio di bene, perciò anche gli uomini politici presi di mira gli sorrisero e talvolta lo ringraziarono.

Fu proprio l’irrequietezza a farlo trasferire in Libia come assistente presso l’Ospedale Civile Vittorio Emanuele III di Tripoli.

L’ingegno svegliato che aveva sortito dalla natura e quella calda irrequietezza spirituale – affermava il fratello Enrico Maria – fu tutto il suo temperamento, più che carattere, perché in lui l’agilità del pensiero era così naturata alla persona fisica che, al balenio di quello sempre corrispondeva lo scatto agile del corpo.

Tornò nel 1916 per indossare la divisa militare. Tenente, poi capitano medico, fu all’Asiago e alla Bainsizza. Un treno lo investiva tragicamente a Santa Maria Capua Vetere (Caserta), il 24 gennaio 1918 (aveva 38 anni): lasciava la moglie Bianca, dolce figura di signora appartenente alla famiglia Mazzacane di Cerreto S., e la figlia Licia Adriana Trieste, nata a Tripoli il 23 maggio 1915.

San Lorenzello intitolò all’illustre figlio Pietro Paolo FUSCO un’aula scolastica, nell’edificio dell’ex convento carmelitano, e successivamente una strada.

Le notizie sull’autore della famosa poesia dialettale, sono state tratte dal libro “SAN LORENZELLO E LA VALLE DEL TITERNO” di don Nicola Vigliotti.